venerdì 27 gennaio 2017

Le madri della filosofia. Hannah Arendt

Una pensatrice che non voleva essere annoverata tra i filosofi, una donna capace di guardare in faccia il male e vederlo in tutta la sua banalità, spogliandolo del terrore che lo accompagna per analizzarlo con lucidità e notevole acume.

Un’intellettuale che visse il dramma delle persecuzioni naziste, portandone le cicatrici nell’anima, ma non perse mai la razionalità quasi “scientifica” per raccontarlo. Questa era Hannah Arendt (1906-1975). A lei è dedicato il post di oggi, in ricordo della Shoah e che inaugura anche la rubrica dedicata alle celebri filosofe della Storia.

Abbiamo detto che Hannah Arendt non amava essere definita una filosofa, poiché i suoi studi si focalizzarono sulla teoria politica (benché analizzata dal punto di vista filosofico). Nonostante ciò non è un paradosso, né una contraddizione inserirla in questa rubrica; l’intento della nuova serie di articoli, infatti, è quello di dare un senso più ampio al termine “filosofia”.

Hannah Arendt fu una “pensatrice”, ovvero una donna che riflette sul mondo, sulla Storia, sul passato e sul presente, sulla politica e sulla società valicando, quando necessario, i confini della filosofia stessa. Fu tutto questo e anche di più; il suo senso critico, la capacità di guardare oltre i pregiudizi, con cui ci fece conoscere la banalità del male, ne fa uno dei capisaldi del pensiero politico (e filosofico) della modernità.


La giovinezza

Hannah Arendt nacque a Linden, ma crebbe a Könisberg, città famosa per il suo passato storico e culturale. La famiglia della giovane aveva origini ebraiche, a causa delle quali divenne bersaglio della persecuzione nazista.

Hannah studiò filosofia a Marburgo, a Friburgo e a Heidelberg con Heidegger, Jaspers e Husserl. Sul suo legame intellettuale e sentimentale con Heidegger si è detto e scritto di tutto.

Di fatto il filosofo influenzò inevitabilmente il pensiero e la stessa esistenza della sua allieva. Il destino di tale rapporto, più volte interrotto e riannodato, difficile e controverso, fu deciso dalla guerra e dall’appoggio incondizionato di Heidegger al nazismo, collaborazione che la Arendt non capì e non giustificò mai.

A ventidue anni, nel 1928, la studiosa discusse la tesi di dottorato, incentrata sul concetto di amore nel pensiero di Sant’Agostino. La sua vita e quella della sua famiglia venne stravolta nel 1933, quando le leggi razziali spinsero Hannah, che non poteva accettare di osservare la Storia scorrerle davanti agli occhi senza poter fare nulla, a unirsi ad alcune organizzazioni sioniste clandestine di Berlino.

A quell’epoca era già sposata da quattro anni con Günther Stern, brillante filosofo ebreo fuggito a Parigi. La Gestapo, al corrente dell’attività politica della Arendt, considerata da tempo una sovversiva, la arrestò per liberarla dopo poco tempo, in apparenza senza particolari conseguenze.

Era evidente, però, che la Germania non fosse più un posto sicuro per lei. Forse la stessa detenzione era stata una sorta di avvertimento. Così Hannah decise di scappare a Parigi, consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto (e voluto) aiutarla.

Dal 1937, anno in cui le venne tolta la cittadinanza tedesca, al 1951, anno in cui ottenne quella statunitense la Arendt visse da apolide. Una persona senza patria, privata dell’identità e dei diritti, costretta a sopravvivere nella capitale francese in condizioni dure, circondata dal sospetto e dall’ombra dell’antisemitismo. Da donna forte qual era rifiutò di nascondersi, di mascherare le sue origini, di piegarsi di fronte a chi voleva spezzare la sua esistenza e la sua personalità.

Proprio a Parigi conobbe il giornalista tedesco Heinrich Blücher, che divenne il suo secondo marito nel 1940 e la introdusse negli ambienti intellettuali marxisti. Nello stesso anno Hannah venne internata nel campo di Gurs, costruito appositamente per rinchiudervi i rifugiati stranieri. Ottenuti i documenti per il rilascio, solo cinque settimane dopo, fu costretta a scappare di nuovo. Nel 1941 arrivò, con il marito, negli Stati Uniti.


La vita oltreoceano

A New York, dove si era stabilita, Hannah Arendt iniziò a lavorare per il giornale in lingua tedesca “Aufbau”, ovvero “Costruzione”, con cui collaboravano anche personaggi del calibro di Zweig, Mann ed Einstein.

Proprio attraverso gli articoli che vennero pubblicati su “Aufbau” possiamo conoscere il nucleo centrale del pensiero di questa straordinaria pensatrice. La Arendt, infatti, vi analizzò i fenomeni dei totalitarismi e dei nazionalismi, la vita degli apolidi, tema che la toccava personalmente e si dichiarò contraria alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Quest’ultima posizione la pose in aperto contrasto con la corrente maggioritaria del Sionismo.

Hannah, in effetti, riteneva che l’unico modo per rispettare i diritti di quanti già abitavano in Palestina e della stessa comunità ebraica che in quel luogo cercava una nuova vita, fosse fondare una federazione di Stati, o meglio, uno “Stato bi-nazionale” (Cristina Sanchez, “Hannah Arendt. La politica in tempi bui”, Hachette, 2015, pag.24).

Solo in questo modo sarebbe stata possibile la convivenza tra ebrei e arabi, ovvero nel rispetto dell’identità di ciascun popolo e dello “spazio territoriale” e, dunque, nazionale. Nel 1951 la studiosa pubblicò un’altra opera destinata a fare Storia, “Le origini del totalitarismo”, che le valse il riconoscimento internazionale e accademico.

Tra le pagine di questo libro troviamo il pensiero critico e lucido della Arendt, la necessità di
osservare, analizzare e capire (che non significa certo giustificare), di guardare in faccia la realtà senza nascondere (e nascondersi) niente. L’anno precedente Hannah era riuscita a tornare in Germania, constatando di persona le ferite che la guerra aveva lasciato nel Paese e che parevano insanabili.

La colpa di quanto accaduto, rifletté, non era imputabile alla comunità, bensì ai singoli individui, benché fosse innegabile il fatto che la stessa collettività, pur non senza eccezioni, era rimasta a guardare la ferocia senza intervenire per tentare di fermarla. Alla società, insomma, era ascrivibile l’errore del silenzio complice, anche se il fardello della responsabilità era individuale.

Grazie alle sue opere Hannah Arendt divenne un’intellettuale di spicco e si dedicò con sempre maggior interesse alla teoria politica e all’analisi del ruolo dei cittadini nello Stato. Nel 1961 un evento storico la costrinse a tornare indietro nel tempo, ritrovandosi faccia a faccia con un passato mai dimenticato, con ferite mai davvero chiuse.

Il New Yorker la inviò ad assistere al processo di Adolf Eichmann, il tenente colonnello nazista che, dopo la disfatta tedesca, era fuggito in Argentina, dove era stato rintracciato e arrestato dai servizi segreti israeliani. Da questo processo nacque “La banalità del male”, opera tanto importante quanto controversa per i contemporanei della Arendt.

Quest’ultima, infatti, non risparmiò critiche nei confronti di alcuni capi dei ghetti ebraici, accusati di aver obbedito con troppa sollecitudine agli ordini dei nazisti. Inoltre presentò Eichmann per ciò che era in realtà: un uomo banalmente “normale”, privo di particolare intelligenza e carisma, inetto, incapace di incutere il minimo timore in chi lo osservava. Insomma, non certo un “genio del male”. Tutt’altro.

L’opinione pubblica non si aspettava un ritratto del genere, ovvero un’immagine fin troppo vicina alla quotidianità; avrebbe, forse, preferito veder delineati i contorni di un’ombra malvagia, lontana, “diversa”. Invece il male è, la maggior parte delle volte, terribilmente vicino, può perfino passare inosservato per molto tempo, confuso tra le pieghe di giorni che sembrano tutti uguali. 

La Arendt, infine, sostenne che solo un tribunale internazionale avrebbe potuto giudicare Eichmann, in quanto le colpe di cui si era macchiato erano da annoverare tra i crimini contro l’umanità, non soltanto contro gli ebrei.

Molti non capirono fino in fondo l’importanza de “La banalità del male”, né la profondità e la razionalità del ragionamento dell’autrice, in grado di separare il bene dal male, di vedere oltre il dolore pur senza dimenticarlo. Hannah Arendt divenne il bersaglio di aspre critiche e di accese polemiche, ma non si fermò.

Era convinta che si potesse, anzi, si dovesse osservare e giudicare tanto il presente quanto il passato, formulando teorie nate sul terreno fertile di una mente libera e attenta. Per tutta la vita si interrogò sul ruolo politico dei cittadini, sui diritti degli uomini in generale e delle minoranze in particolare, sui concetti di politica e di potere, sull’espressione diretta di questi nella società e sul valore della democrazia. Continuò a scrivere e a tenere lezioni anche dopo la morte del marito, avvenuta nel 1970. Fino all’ultimo.

La sua ultima opera, rimasta incompiuta, è “La vita della mente” (1978). Hannah si chiese quale fosse il ruolo del pensiero nella politica, ma anche nell’esistenza umana. Pensare è compito di ognuno di noi; un diritto, ma anche un dovere e una responsabilità. La mancanza di pensiero porta al totale annichilimento e, di conseguenza, alla morte del bene.

Dobbiamo imparare a coltivare la nostra capacità di discernimento, porre continuamente domande, riflettere, avere dubbi, soprattutto nei confronti di “verità preconfezionate” che ci vengono presentate come uniche e immutabili.

Solo questo può salvarci dallo svilimento e dallo sgretolamento del pensiero e del mondo. Il pensiero di Hannah Arendt, basato sull’analisi diretta degli eventi, è attualissimo, un monito per i nostri tempi confusi e le nostre menti troppo spesso distratte dal nulla.


Bibliografia

Cristina Sanchez, “Hannah Arendt. La politica in tempi bui”, Hachette, 2015;

Boella Laura, “Hannah Arendt. Agire politicamente. Pensare politicamente”, Feltrinelli, 1995;

Arendt Hannah, “La banalità del male”, Feltrinelli, 2015;

Arendt Hannah, “Le origini del totalitarismo”, Einaudi, 2009.

lunedì 31 ottobre 2016

Speciale Halloween #5. Le streghe moderne

La scorsa settimana la quarta tappa dello “Speciale Halloween” si è conclusa con una domanda: esistono ancora le streghe? La risposta è sì, anche se è necessario definire il termine in base alla nostra epoca, all’evoluzione del pensiero e, dunque, della razionalità.

Non stiamo certo parlando di donne che volano sulle scope lanciando malefici; anzi, per dirla tutta, la parola strega, oggi, può avere diverse accezioni e positive per giunta. Un tempo le malefiche erano, in molti casi, donne che vivevano ai confini della società, sole, talvolta perfino eccentriche.

Queste caratteristiche si sono trasformate, seguendo il cammino della storia verso il progresso, la modernizzazione della società e, dunque, l’emancipazione femminile.

Una strega moderna, nel nostro secolo, è una donna che sceglie come vivere, ama imparare ogni giorno le lezioni della vita, non si lascia scalfire dal giudizio degli altri, è anticonformista, controcorrente, non accetta il “sentito dire” o i pensieri e le emozioni preconfezionate, né le cose fatte perché “le fanno tutti e in un modo ben preciso, immutabile”, non si arrende e guarda avanti senza dimenticare chi è.

Il fatto che si parli di “strega” seppur moderna, può far pensare a una sfumatura negativa, a un tipo di libertà immeritata e pagata con le parole. In alcuni casi è così ma, in altri, il termine si riallaccia semplicemente alla natura “fuori dagli schemi” di tale figura, (anche in questo caso è fondamentale il contesto e il tono con cui vengono pronunciate le parole).

Le streghe moderne, però, sono anche persone che hanno scelto di seguire un particolare sentiero spirituale che si ricollega al neopaganesimo e alla stregoneria moderna, appunto (anche in quest’ultimo caso non vi è alcuna ombra di negatività). A loro dedichiamo questa ultima tappa dello “Speciale Halloween”.

lunedì 24 ottobre 2016

Speciale Halloween #4. La strega allo specchio. Il fascino e la repulsione del male

Gli ultimi due articoli dello Speciale Halloween 2016 saranno un po’ diversi dal solito, ma in linea con il tema trattato e con l’essenza del blog. Abbiamo fatto un breve viaggio nella Storia, tra le streghe di Triora e di Salem, nella letteratura con "Misteri nella Storia Speciale Stregoneria" di Black Book, edito da Yume Edizioni.

La storia della stregoneria è un tema complicato e affascinante, composto da innumerevoli diramazioni ed evoluzioni. Persino la figura della strega non è sempre uguale a se stessa, ma cambia con i tempi, i desideri nascosti e le paure degli esseri umani.

Ci attrae e, nello stesso tempo, ci repelle. Per quale ragione? Perché siamo attratti dai poteri delle streghe, pur temendole? Come mai l’immagine delle megere ha avuto e continua ad avere tanto successo nei romanzi, nei saggi e nei film?

Le ragioni sono profonde, radicate fin nel nostro inconscio e certo un breve articolo su un blog non può (e non pretende) di esaminarle e sviscerarle tutte. Nonostante questo possiamo, ugualmente, aprire il dibattito e approfondirlo in seguito, con letture, opere cinematografiche o studi specifici.

Proprio riguardando alcuni celebri film nei quali le streghe sono protagoniste o, comunque, hanno un ruolo rilevante, ho iniziato a fare delle riflessioni. Le pellicole in questione sono “Le streghe di Eastwick” e “Maleficent”.

La prima è un capolavoro del 1987 con Jack Nicholson, Michelle Pfeiffer, Susan Sarandon
e Cher, tratto dall’altrettanto celebre romanzo di John Updike (1986). La trama la conosciamo tutti: tre donne sole incontrano un uomo ambiguo e affascinante, Daryl Van Horne, ignorando, nella fase iniziale, che si tratti proprio del diavolo in persona, venuto sulla Terra per tentarle e prendersi le loro anime, donando loro dei poteri e assicurandosi una discendenza da tutte e tre. Il film e il romanzo non sono perfettamente speculari, ma il dibattito sulla fascinazione che la figura della strega ha su di noi si può applicare a entrambi.

Le tre protagoniste de “Le streghe di Eastwick” ritrovano la vivacità, la gioia (effimera in questo caso) di vivere e uno scopo proprio con Daryl. Come d’incanto i loro sogni (anche quelli meno edificanti) si realizzano grazie alla magia. Tutti (o quasi) vorremmo realizzare i nostri desideri in un batter di ciglia; è la strada più facile e il raggiungimento dell’obiettivo è assicurato. In un’epoca come quella in cui viviamo, dominata dall’immagine e dell’apparenza, essere sempre vincenti (talvolta anche a scapito degli altri) piacerebbe a molti.

Ci ammalia, dunque, il potere delle streghe, le loro capacità incredibili e misteriose. Le percepiamo come creature pressoché invincibili, in grado di agire in qualunque momento e senza sbagliare. Come il libro e il film ci mostrano, però, la “medaglia” ha un rovescio: perdere se stessi, l’anima, essere schiavi del potere, rinunciare alla nostra indole. La maggior parte delle volte la strada più facile non ci porta dove avremmo voluto; la realtà ci insegna che quasi nulla può essere conquistato nell’arco di una notte.

Il secondo film “Maleficent” (2014) con una bravissima Angelina Jolie. La pellicola è un remake del classico Disney “La bella addormentata nel bosco”, benché la trama presenti rilevanti differenze e vi sia un approfondimento maggiore della psicologia della strega.

Malefica è, prima di tutto, una donna tradita dal suo amore (o meglio, da quello che lei riteneva tale), privata di una parte di se stessa (le ali). Ciò che ci affascina di lei è la passione che neppure la veste scura e l’espressione impassibile possono cancellare. Le streghe, infatti, sono temute proprio per i sentimenti forti che sono capaci di nutrire.

Non sono esseri “grigi” e spenti, non hanno paura e non si nascondono. Sono libere e, si sa, la libertà e la passione fanno paura, pur esercitando una grande attrazione. Malefica riesce a vendicarsi nel momento in cui ritrova questa libertà e la sua anima (le ali). Le streghe sono state perseguitate in quanto donne (la maggioranza; in effetti vi furono casi di accuse contro uomini e ragazzi).

La donna, le sue conoscenze ancestrali del corpo, della Madre Terra, le sue capacità straordinarie (dare la vita) sono state l’ossessione degli inquisitori. Questi ultimi hanno tentato di mortificare e ridurre al silenzio (spesso eterno) l’essenza femminile che li terrorizzava e li incantava.

Le streghe, quindi, sono donne di potere (un bel problema in società patriarcali), appassionate, anche scorrette (ma, attenzione, il male non può mai essere giustificato), libere, eccezionali nella loro normalità, in grado di ribellarsi, incapaci di sottostare al silenzio. Questo ci affascina delle streghe, il loro spirito indomito.

Dovremmo solo capire che anche la libertà richiede responsabilità e che il potere su noi stessi che tanto vorremmo è un mezzo per migliorarci giorno per giorno, non per cercare scorciatoie.

Potere e libertà, passione e indomabilità non devono farci paura; il nostro intento, per usare un po’ di ironia, non dovrebbe essere quello di volare su una scopa per lanciare sortilegi, ma di far volare più in alto possibile i nostri sogni mentre, lavorando senza sosta (e su noi stessi), cerchiamo di raggiungerli.

Sono esistite ed esistono ancora persone così, “streghe moderne” che sanno modellare la vita in conformità con i loro obiettivi?

lunedì 17 ottobre 2016

Speciale Halloween #3. “Mystery in History. I misteri della Storia. Stregoneria”

I primi due appuntamenti dello “Speciale Halloween 2016” ci hanno portato, in una specie di “viaggio” nel storia della streghe e dell’inquisizione, a Triora e poi a Salem; oggi, invece, ci fermiamo tra le pagine di un saggio che particolare, pubblicato da poco e che mi ha colpito molto non solo per l’argomento trattato, l’origine e l’evoluzione della stregoneria, ma soprattutto per lo stile con cui vengono affrontati questi temi così complessi.

Mystery in history. I misteri della storia. Stregoneria vol. II”, scritto da Black Moon e pubblicato da Yume Book, si propone di “raccontare” le streghe, di “dipingere” il loro ritratto con le parole, citando i casi più misteriosi, alcuni dei quali sono, forse, meno noti al pubblico.

mercoledì 12 ottobre 2016

Recensione. “Calcutta” di Shumona Sinha

Quando pensiamo all’India le prime immagini che si presentano davanti agli occhi della mente sono quelle di un luogo esotico, lontano, misterioso, inafferrabile, di sari dai colori sgargianti, di divinità che hanno resistito alla trasformazione della società e dei celebri film di Bollywood che, però, spesso dipingono un ritratto stereotipato di una nazione che non si può definire con una sola parola o un solo concetto.

L’India non ha una sola anima, ma molte, forse tante quante sono gli dei che, ben protetti nel loro pantheon intoccabile, osservano la vita quotidiana degli uomini. Allo stesso modo l’India racchiude in sé tante contraddizioni, ognuna riconducibile a una precisa essenza o anima. Raccontare tutte queste realtà, dunque, è un’impresa ancora più difficile; bisogna evitare di cadere nei luoghi comuni e di rimanere intrappolati nei cliché.

Eppure non è impossibile. Shumona Sinha, scrittrice indiana che si serve della lingua francese per descrivere i tanti volti dell’India, ci è riuscita tornando indietro nel tempo, alle origini della sua famiglia e di se stessa.

Il romanzo “Calcutta” (Clichy Edizioni) è un vero gioiello letterario, la scoperta di un piccolo tesoro che chiunque ami l’India dovrebbe leggere e al quale dovrebbero accostarsi anche e soprattutto quelli che non sanno nulla di questo Paese, o preferiscono la visione “pigra”, più “folkloristica” di cui spesso si abusa.

Da tempo speravo di leggere un romanzo dallo stile così poetico ed elegante, che sollevasse i mille sari indossati da questa potente nazione, in costante ascesa economica, per mostrare la vita vera, quella delle strade polverose, delle lotte politiche, del sacrificio di un popolo per l’indipendenza, dei profumi di spezie che si fondono con il sudore degli uomini che sperano in un futuro migliore.

Da anni speravo di poter guardare l’India che smette di ballare sui ritmi trascinanti dei film di Bollywood (che pure amo molto) per farmi ascoltare il suono dei clacson impazziti per le strade, le voci dei bambini nei cortili, persino la disperazione di chi non ha nulla e le grida di chi ritiene di avere la verità in mano.

In questo libro le vere protagoniste sono donne; tutto inizia dalla giovane Trisha, che torna nella casa natia per assistere alla cremazione del padre. Non è più abituata ai suoni e alle immagini dell’India più profonda in cui è cresciuta. Il ritorno nei luoghi dell’infanzia la destabilizza, disorienta la “bussola esistenziale” che credeva fosse irrimediabilmente ferma sull’età adulta.

Trisha, allora, inizia a vivere di nuovo, a “respirare” la sua casa, andando indietro nel tempo attraverso i ricordi e i racconti delle vite della madre, della nonna e della bisnonna. Dall’epoca odierna alla colonizzazione, dal boom economico al potere di Indira Gandhi, fino al Mahatma Gandhi.

Decenni di cambiamenti improvvisi e inaspettati, di lotte mai davvero concluse tra indù e musulmani, di fanatismo, di odio profondo tra fazioni religiose e politiche. Shumona Sinha lascia intravedere la Storia attraverso le storie che hanno costruito il passato familiare di Trisha; quest’ultima altri non è che l’autrice stessa o, comunque, la sua anima indiana che convive con quella francese.

La struttura del romanzo ricorda molto la forma di una spirale il cui centro si allontana man mano che ci inoltriamo nella vicenda, poiché non vi è una fine, bensì un eterno scorrere del tempo a ritroso. Possiamo solo immaginare tale eternità la quale, ovviamente, non può essere rinchiusa in un romanzo, ma rappresenta una costante dei destini di ognuno di noi, tanto della nostra ascendenza quanto della nostra discendenza.

Oppure possiamo vedere le storie di queste donne come il cerchio delle esistenze, in cui tutto nasce e muore, ogni cosa, alla fine, torna all’ordine naturale. Sono, infatti, suddivise in capitoli che sembrano dei veri e propri racconti, ma legati uno all’altro come pezzi di un puzzle il cui senso sta nel tutto e non nella singola parte, benché finita. La madre di Trisha, Urmila, è una donna bellissima e malinconica.

Tanto intelligente e brillante quanto solitaria, scostante, chiusa in guscio che si è costruita da sola e nel quale si ripara quando la malinconia torna a farle visita. La sua famiglia la crede pazza, ma il marito, Shankhya, padre di Trisha, la ama nonostante tutto. In realtà Urmila ha il male di vivere e nulla, neppure l’amore per la figlia o la paura per il coniuge, attivista politico tra le file del comunismo, in opposizione al potere centrale, riescono a ridestarla dai lunghi momenti di torpore.

La nonna paterna di Trisha, Annapurna, ha un legame speciale con Shankhya, il preferito tra i figli. Lo guarda crescere, nutrendo nei suoi confronti le speranze di un futuro brillante. Annapurna è una donna determinata, che non si è rassegnata alla morte del marito e alla povertà, né ha voluto seguire la tradizione che relega le vedove ai margini della società.

Ashanti, la madre di Annapurna, è il personaggio più affascinante del libro. Anche lei è rimasta vedova, ma non si è piegata al destino, scegliendo di diventare una cortigiana. Incontra il potente Bijendramohan Chowdry e tra i due scoppia la passione. Ashanti, però, capisce ben presto che il suo amore profondo e paziente non è ricambiato. Il suo orgoglio ferito non le consente più di aspettare un uomo che non la vuole davvero e, ancora una volta, la stupenda cortigiana sceglie da sola il corso da dare a un’esistenza che troppe volte l’ha messa alla prova.

Su Trisha, Urmila, Annapurna e Ashanti veglia una figura femminile, una “madre” che lascia scorrere su di sé i giorni, la felicità e la tristezza dei suoi figli: Calcutta, la città protagonista dell’intero romanzo.

Calcutta è presente non solo quando Shumona Sinha ce la descrive con fierezza, in dettaglio, facendoci perfino respirare gli odori delle strade o dell’interno delle case; la città simbolo dell’India traspare dai sentimenti dei personaggi, dalle loro azioni, dai cambiamenti storici e politici.

Calcutta è sempre lì, a chiudere il cerchio delle storie e delle donne della famiglia di Trisha. E’ un microcosmo racchiuso nel ventre di un’altra madre, l’India, altra essenza femminile. Sono questi luoghi a dare respiro, linfa vitale tanto ai personaggi quanto alle loro vicissitudini.

Calcutta” è un romanzo straordinario, scritto da una poetessa della vita, una acuta osservatrice del mondo che scrive per immagini, colori, suoni e profumi. Amerete questo libro fin dalle prime pagine, ma ricordate di leggerlo con lo stesso amore che si riserva a una madre, o a alla nazione che è culla dei nostri giorni e delle nostre scelte.


Il libro

Titolo: Calcutta

Autrice: Shumona Sinha

Casa Editrice: Clichy Edizioni

Pagine: 225

Prezzo: 15 euro

Data di pubblicazione: 2016









Sinossi

Dopo la pubblicazione, nel 2011, di A morte i poveri!, Shumona Sinha, poetessa e scrittrice indiana che scrive in un sublime francese, è stata decretata dalla stampa come la più interessante e promettente autrice indiana. In questo nuovo, struggente e teso romanzo, la Sinha narra la propria terra, le sue tensioni politiche, l’odio che da sempre la pervade e la tinge di dolore e di sangue, i sogni, le illusioni, i miti e le leggende della sua famiglia. Al centro di tutto c’è una città, Calcutta, nella quale una giovane donna torna per assistere alla cremazione di suo padre. E lì ritrova il quartiere, la casa, gli oggetti, i ricordi della sua infanzia. Tutto la sconvolge, l’olio di ibisco per ammorbidire la follia di sua madre, la trapunta rossa che nascondeva le armi di suo padre attivista comunista, le storie della nonna Annapurna e della bisnonna Ashanti, concubina ribelle e anticonformista di uno spietato signore. Un libro forte e denso di poesia, una scrittura straordinariamente ricca ed evocativa, un’autrice che dopo aver conquistato la Francia si propone adesso con forza anche in Italia. (Dalla quarta di copertina).


L’autrice

Shumona Sinha è nata nel 1973 a Calcutta. Dal 2001 vive a Parigi e scrive in francese. Curatrice di alcune antologie di poesia indiana, nel 2011 ha pubblicato A morte i poveri! (edito in Italia da Barbès Editore), con cui si è aggiudicata numerosi premi.









Per saperne di più

La pagina dedicata al romanzo sul sito Edizioni Clichy

Il profilo Twitter dell'autrice

Il profilo Facebook dell'autrice


Le immagini sono tratte dal sito delle Edizioni Clichy

lunedì 10 ottobre 2016

Speciale Halloween #2. Le streghe di Salem

Dopo aver approfondito la vicenda di Triora, il nostro secondo appuntamento con lo Speciale Halloween ci porta dall’altra parte dell’oceano, nelle Americhe, per la precisione a Salem, cittadina divenuta tristemente famosa per uno dei casi più clamorosi nella storia dell’inquisizione e della stregoneria.

Il processo alle presunte streghe di Salem fu uno dei più gravi casi di isteria di massa che la Storia ricordi. Il 1692, fu l’anno in cui scoppiò il “caso Salem”, come potremmo chiamarlo oggi; la paura sfumò verso il panico, causando un’agguerrita, feroce caccia alle streghe nel Nuovo Mondo.

Il tribunale secolare del luogo non si ritrovò a giudicare solo delle persone, ma anche un intero sistema di valori religiosi e morali che, lentamente, stava mutando, sgretolandosi per lasciar posto al nuovo.

Per gli abitanti della piccola città occorreva preservare le tradizioni, ripristinare “l’ordine” instaurato dal puritanesimo da ogni vento di cambiamento “terreno” e “materialistico” che minacciava di minare alla base un’intera società. Non solo la superstizione, l’isteria, l’ignoranza, l’invidia (già incontrati nel caso di Triora) furono le cause del processo di Salem.

Vi era molto di più in gioco: la sopravvivenza di un piccolo universo che rischiava di scomparire.

giovedì 6 ottobre 2016

Donne nel mistero. La storia di Erzsébet Bàthory

Da oggi il blog si arricchisce di una nuova rubrica, “Donne nel Mistero”, dedicata alle essenze femminili sfuggenti, talvolta caratterizzate da un deciso, violento tratto negativo. Storie mai risolte, avvolte dal mistero, appunto, su cui ancora sussistono troppi dubbi; enigmi che, intrecciandosi, danno vita a un dedalo di ipotesi e possibilità.

Il primo appuntamento di questa rubrica ha per protagonista uno dei personaggi più malvagi della Storia, una donna perversa, sadica: l’assassina seriale Erzsébet Bàthory. Su di lei si è scritto e detto moltissimo, cercando di afferrare la vera natura di questa aristocratica dalla mente disturbata e trovare, così, un’origine alla sua leggenda nera.

Erzsébet viene definita “vampira” eppure, riflettendo meglio, la sua figura è più simile a quella della strega dedita alle arti magiche la quale, nell’immaginario collettivo, ha il potere di manipolare gli elementi e i nemici attraverso sortilegi e pozioni. La nobildonna, infatti, dedicò gran parte della sua vita alla magia e all’alchimia.