lunedì 27 marzo 2017

Il caso “Parliamone sabato” tra luoghi comuni e censura

Foto tratta da "Il Tempo".
Ciò che è accaduto durante la trasmissione condotta da Paola Perego, “Parliamone sabato su Rai Uno è diventato un vero e proprio caso su cui si dibatte da giorni. Una questione costata il posto alla presentatrice e la chiusura del programma.
A nulla sono serviti la difesa della stessa signora Perego durante il programma “Le Iene”, l’incredulità e lo stupore che ha dimostrato dopo essere stata letteralmente travolta dalla tempesta mediatica. I giornali e il web si sono scatenati, inutile dirlo; del resto sarebbe stato strano il contrario.

Eppure dobbiamo stare molto attenti a dare giudizi, soprattutto in casi come questo. Avete presente il detto secondo il quale non è mai tutto bianco o tutto nero? Ecco, stavolta ci troviamo di fronte a una scala di grigi che vale la pena osservare bene. Come sempre, prima di esporre una teoria o un’opinione dovremmo vagliare i fatti e mostrare una certa cautela di fronte al modo in cui ci vengono raccontati.

Stando a quanto ci riferiscono i giornali, la Rai e la signora Perego potremmo cercare di inquadrare l’accaduto in base a tre parole chiave: qualità, censura e telecomando (ovvero consapevolezza). Vediamole una per una.

martedì 21 marzo 2017

Anteprima. "Aki il Bakeneko"

Oggi voglio segnalarvi un racconto illustrato dalla trama accattivante, scritto e disegnato da due autrici che meritano tutta la vostra attenzione.

"Aki il Bakeneko", di Stefania e Paola Siano, è una storia di mistero, ma anche di amicizia e ha il sapore del racconto di formazione, in cui il protagonista si trova ad affrontare un percorso di iniziazione per raggiungere la vera consapevolezza.

Scoprirete un Giappone antico, leggendario, in cui scoprire il senso del viaggio che porta verso un obiettivo, ma anche dentro se stessi.

Vi consiglio di leggerlo, è un self molto originale, una ventata di freschezza portata da due autrici che hanno messo in questa saga se stesse e che si sono messe in gioco con un fantasy diverso dal solito, oltre gli schemi e le mode del momento.


Il libro

Titolo: Aki il Bakeneko (vol.1)

Autore: Stefania Siano Illustratore: Paola Siano

Editore: Autopubblicato

Genere: Racconto, Fantasy Orientale

Prezzo Ebook: 1,49 euro

Prezzo Cartaceo: 8,84 euro

Pagine cartaceo: 86






Link di acquisto:





Sinossi

Aki è un bakeneko, un demone-gatto e si nutre di esseri umani, assumendone le sembianze. Un giorno si ritrova nel corpo di un ragazzino di nome Hiroshi. Trascinato suo malgrado nel mondo degli umani, Aki incontra un'amica di Hiroshi, la dolce e testarda Yoko, e per la prima volta assapora il calore di una famiglia e il valore dell'amicizia. Ma quanto può durare? In una Tokyo misteriosa, popolata di creature fantastiche e antichi misteri, Aki il Bakeneko si ritroverà a combattere per salvare una leggendaria pergamena, l'unico oggetto che può condurlo alla verità sull’oscura scomparsa di suo padre.


Estratto

“Esistono tantissimi tipi di yokai, alcuni talmente famosi da diventare protagonisti di romanzi, manga, film e poi ci sono quelli meno conosciuti, come me: un Bakeneko.
Mi chiamo Aki e mio padre mi ha insegnato tutto ciò che sapeva riguardo la nostra stirpe. Ben poco a dire il vero.
Cos’è un Bakeneko?
Inizialmente è un gatto che può diventare uno yokai quando raggiunge una notevole età, ma ci sono molti misteri che avvolgono la figura demoniaca.
Qual è il nostro scopo?
Quello che fa un gatto normale: vivere come meglio preferisce con o senza gli umani. Anche se siamo dei felini, noi Bakeneko odiamo il cibo per gatti che risulta quasi tossico, ma amiamo la carne fresca, succulenta e soprattutto viva. Ebbene sì, mangiamo persone e per divertirci e avvicinare altre prede assumiamo le fattezze umane di colui che divoriamo.”


Biografia

Stefania Siano nasce a Salerno il 18 ottobre del 1989. Fin da piccola vive in un mondo tutto suo colmo di fantasia, ma solo a quindici anni decide di portare i personaggi e le sue storie surreali su carta. Nel 2011 vince il suo primo concorso letterario con il racconto il Dott. A-Z, pubblicato in un’antologia fantasy edito dalla Limana Umanita. Da amante della lettura nel 2013 apre un blog letterario “Cricche Mentali di un’aspirante scrittrice”, collaborando con varie case editrici. Nel 2015 pubblica, con Lettere Animate Editore, l’opera di esordio “Dov’è Alice?” e nel 2017 autopubblica il primo racconto della serie fantasy orientale “Aki il Bakeneko”. Le illustrazioni e le copertine degli ultimi due lavori sono realizzate dall’artista Paola Siano.


Contatti Autore

mercoledì 8 marzo 2017

Auguri a tutte le donne!

Immagine tratta dall'articolo

C'è un personaggio che vuol fare gli auguri di un felice 8 marzo a tutte le follower del blog. Il suo nome è Toussaint Mervat bint Mahmoud al-Kabir.

E' una donna, prima di tutto, ma anche una principessa araba che ha deciso di combattere in nome di tutte le donne, a costo di essere rinnegata dal Paese in cui ha aperto gli occhi per la prima volta. Un'anima limpida e forte che non accetta compromessi...

Presto leggerete la sua prima storia.

Grazie alla Genesis Publishing per avermi dato la possibilità di far conoscere il mio personaggio. 

Recensione. “Maria Montessori. La libertà dei bambini”

Ci sono donne che lottano per tutta la vita, donando all’umanità un contributo inestimabile, costato sacrifici, sofferenze e fallimenti. Donne che non temono la fatica, fisica e intellettuale, delle notti passate a studiare, a fare ricerche, a sperimentare.

Talvolta capita che la loro esistenza venga volontariamente messa in ombra da chi non accetta i loro progressi, ovvero il fatto che delle donne siano riuscite dove molti uomini hanno fallito.

Molti traguardi conquistati dalle nostre madri o nonne oggi ci sembrano scontati. Nessuno si scandalizza più di una donna medico, o di una scrittrice, o magari di una poetessa o un’astronauta. Eppure sappiamo tutti che non è sempre stato così e che il cammino da percorrere per raggiungere la completa emancipazione femminile non è ancora concluso.

Faremmo bene a non dimenticare mai i successi e gli errori, i progressi e gli ostacoli superati (e da superare), poiché l’oblio genera ignoranza e, di conseguenza, favorisce chi ha l’interesse a manipolarci.

L’altra metà del cielo ha sempre dovuto combattere per potersi esprimere liberamente in campi come la letteratura, l’arte, o la scienza.

"La Scienza è donna", la nuova rubrica che inizia da oggi, è dedicata proprio alle scienziate che non si sono date per vinte, ma hanno continuato a studiare e lavorare persino e soprattutto quando nessuno era dalla loro parte.  

È Maria Montessori a inaugurare questa serie di articoli e non è un caso che la scelta sia ricaduta proprio su di lei; è stata una grande esempio tanto per le donne quanto per gli uomini e, forse, non la ricordiamo mai abbastanza.

venerdì 27 gennaio 2017

Le madri della filosofia. Hannah Arendt

Una pensatrice che non voleva essere annoverata tra i filosofi, una donna capace di guardare in faccia il male e vederlo in tutta la sua banalità, spogliandolo del terrore che lo accompagna per analizzarlo con lucidità e notevole acume.

Un’intellettuale che visse il dramma delle persecuzioni naziste, portandone le cicatrici nell’anima, ma non perse mai la razionalità quasi “scientifica” per raccontarlo. Questa era Hannah Arendt (1906-1975). A lei è dedicato il post di oggi, in ricordo della Shoah e che inaugura anche la rubrica dedicata alle celebri filosofe della Storia.

Abbiamo detto che Hannah Arendt non amava essere definita una filosofa, poiché i suoi studi si focalizzarono sulla teoria politica (benché analizzata dal punto di vista filosofico). Nonostante ciò non è un paradosso, né una contraddizione inserirla in questa rubrica; l’intento della nuova serie di articoli, infatti, è quello di dare un senso più ampio al termine “filosofia”.

Hannah Arendt fu una “pensatrice”, ovvero una donna che riflette sul mondo, sulla Storia, sul passato e sul presente, sulla politica e sulla società valicando, quando necessario, i confini della filosofia stessa. Fu tutto questo e anche di più; il suo senso critico, la capacità di guardare oltre i pregiudizi, con cui ci fece conoscere la banalità del male, ne fa uno dei capisaldi del pensiero politico (e filosofico) della modernità.


La giovinezza

Hannah Arendt nacque a Linden, ma crebbe a Könisberg, città famosa per il suo passato storico e culturale. La famiglia della giovane aveva origini ebraiche, a causa delle quali divenne bersaglio della persecuzione nazista.

Hannah studiò filosofia a Marburgo, a Friburgo e a Heidelberg con Heidegger, Jaspers e Husserl. Sul suo legame intellettuale e sentimentale con Heidegger si è detto e scritto di tutto.

Di fatto il filosofo influenzò inevitabilmente il pensiero e la stessa esistenza della sua allieva. Il destino di tale rapporto, più volte interrotto e riannodato, difficile e controverso, fu deciso dalla guerra e dall’appoggio incondizionato di Heidegger al nazismo, collaborazione che la Arendt non capì e non giustificò mai.

A ventidue anni, nel 1928, la studiosa discusse la tesi di dottorato, incentrata sul concetto di amore nel pensiero di Sant’Agostino. La sua vita e quella della sua famiglia venne stravolta nel 1933, quando le leggi razziali spinsero Hannah, che non poteva accettare di osservare la Storia scorrerle davanti agli occhi senza poter fare nulla, a unirsi ad alcune organizzazioni sioniste clandestine di Berlino.

A quell’epoca era già sposata da quattro anni con Günther Stern, brillante filosofo ebreo fuggito a Parigi. La Gestapo, al corrente dell’attività politica della Arendt, considerata da tempo una sovversiva, la arrestò per liberarla dopo poco tempo, in apparenza senza particolari conseguenze.

Era evidente, però, che la Germania non fosse più un posto sicuro per lei. Forse la stessa detenzione era stata una sorta di avvertimento. Così Hannah decise di scappare a Parigi, consapevole del fatto che nessuno avrebbe potuto (e voluto) aiutarla.

Dal 1937, anno in cui le venne tolta la cittadinanza tedesca, al 1951, anno in cui ottenne quella statunitense la Arendt visse da apolide. Una persona senza patria, privata dell’identità e dei diritti, costretta a sopravvivere nella capitale francese in condizioni dure, circondata dal sospetto e dall’ombra dell’antisemitismo. Da donna forte qual era rifiutò di nascondersi, di mascherare le sue origini, di piegarsi di fronte a chi voleva spezzare la sua esistenza e la sua personalità.

Proprio a Parigi conobbe il giornalista tedesco Heinrich Blücher, che divenne il suo secondo marito nel 1940 e la introdusse negli ambienti intellettuali marxisti. Nello stesso anno Hannah venne internata nel campo di Gurs, costruito appositamente per rinchiudervi i rifugiati stranieri. Ottenuti i documenti per il rilascio, solo cinque settimane dopo, fu costretta a scappare di nuovo. Nel 1941 arrivò, con il marito, negli Stati Uniti.


La vita oltreoceano

A New York, dove si era stabilita, Hannah Arendt iniziò a lavorare per il giornale in lingua tedesca “Aufbau”, ovvero “Costruzione”, con cui collaboravano anche personaggi del calibro di Zweig, Mann ed Einstein.

Proprio attraverso gli articoli che vennero pubblicati su “Aufbau” possiamo conoscere il nucleo centrale del pensiero di questa straordinaria pensatrice. La Arendt, infatti, vi analizzò i fenomeni dei totalitarismi e dei nazionalismi, la vita degli apolidi, tema che la toccava personalmente e si dichiarò contraria alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Quest’ultima posizione la pose in aperto contrasto con la corrente maggioritaria del Sionismo.

Hannah, in effetti, riteneva che l’unico modo per rispettare i diritti di quanti già abitavano in Palestina e della stessa comunità ebraica che in quel luogo cercava una nuova vita, fosse fondare una federazione di Stati, o meglio, uno “Stato bi-nazionale” (Cristina Sanchez, “Hannah Arendt. La politica in tempi bui”, Hachette, 2015, pag.24).

Solo in questo modo sarebbe stata possibile la convivenza tra ebrei e arabi, ovvero nel rispetto dell’identità di ciascun popolo e dello “spazio territoriale” e, dunque, nazionale. Nel 1951 la studiosa pubblicò un’altra opera destinata a fare Storia, “Le origini del totalitarismo”, che le valse il riconoscimento internazionale e accademico.

Tra le pagine di questo libro troviamo il pensiero critico e lucido della Arendt, la necessità di
osservare, analizzare e capire (che non significa certo giustificare), di guardare in faccia la realtà senza nascondere (e nascondersi) niente. L’anno precedente Hannah era riuscita a tornare in Germania, constatando di persona le ferite che la guerra aveva lasciato nel Paese e che parevano insanabili.

La colpa di quanto accaduto, rifletté, non era imputabile alla comunità, bensì ai singoli individui, benché fosse innegabile il fatto che la stessa collettività, pur non senza eccezioni, era rimasta a guardare la ferocia senza intervenire per tentare di fermarla. Alla società, insomma, era ascrivibile l’errore del silenzio complice, anche se il fardello della responsabilità era individuale.

Grazie alle sue opere Hannah Arendt divenne un’intellettuale di spicco e si dedicò con sempre maggior interesse alla teoria politica e all’analisi del ruolo dei cittadini nello Stato. Nel 1961 un evento storico la costrinse a tornare indietro nel tempo, ritrovandosi faccia a faccia con un passato mai dimenticato, con ferite mai davvero chiuse.

Il New Yorker la inviò ad assistere al processo di Adolf Eichmann, il tenente colonnello nazista che, dopo la disfatta tedesca, era fuggito in Argentina, dove era stato rintracciato e arrestato dai servizi segreti israeliani. Da questo processo nacque “La banalità del male”, opera tanto importante quanto controversa per i contemporanei della Arendt.

Quest’ultima, infatti, non risparmiò critiche nei confronti di alcuni capi dei ghetti ebraici, accusati di aver obbedito con troppa sollecitudine agli ordini dei nazisti. Inoltre presentò Eichmann per ciò che era in realtà: un uomo banalmente “normale”, privo di particolare intelligenza e carisma, inetto, incapace di incutere il minimo timore in chi lo osservava. Insomma, non certo un “genio del male”. Tutt’altro.

L’opinione pubblica non si aspettava un ritratto del genere, ovvero un’immagine fin troppo vicina alla quotidianità; avrebbe, forse, preferito veder delineati i contorni di un’ombra malvagia, lontana, “diversa”. Invece il male è, la maggior parte delle volte, terribilmente vicino, può perfino passare inosservato per molto tempo, confuso tra le pieghe di giorni che sembrano tutti uguali. 

La Arendt, infine, sostenne che solo un tribunale internazionale avrebbe potuto giudicare Eichmann, in quanto le colpe di cui si era macchiato erano da annoverare tra i crimini contro l’umanità, non soltanto contro gli ebrei.

Molti non capirono fino in fondo l’importanza de “La banalità del male”, né la profondità e la razionalità del ragionamento dell’autrice, in grado di separare il bene dal male, di vedere oltre il dolore pur senza dimenticarlo. Hannah Arendt divenne il bersaglio di aspre critiche e di accese polemiche, ma non si fermò.

Era convinta che si potesse, anzi, si dovesse osservare e giudicare tanto il presente quanto il passato, formulando teorie nate sul terreno fertile di una mente libera e attenta. Per tutta la vita si interrogò sul ruolo politico dei cittadini, sui diritti degli uomini in generale e delle minoranze in particolare, sui concetti di politica e di potere, sull’espressione diretta di questi nella società e sul valore della democrazia. Continuò a scrivere e a tenere lezioni anche dopo la morte del marito, avvenuta nel 1970. Fino all’ultimo.

La sua ultima opera, rimasta incompiuta, è “La vita della mente” (1978). Hannah si chiese quale fosse il ruolo del pensiero nella politica, ma anche nell’esistenza umana. Pensare è compito di ognuno di noi; un diritto, ma anche un dovere e una responsabilità. La mancanza di pensiero porta al totale annichilimento e, di conseguenza, alla morte del bene.

Dobbiamo imparare a coltivare la nostra capacità di discernimento, porre continuamente domande, riflettere, avere dubbi, soprattutto nei confronti di “verità preconfezionate” che ci vengono presentate come uniche e immutabili.

Solo questo può salvarci dallo svilimento e dallo sgretolamento del pensiero e del mondo. Il pensiero di Hannah Arendt, basato sull’analisi diretta degli eventi, è attualissimo, un monito per i nostri tempi confusi e le nostre menti troppo spesso distratte dal nulla.


Bibliografia

Cristina Sanchez, “Hannah Arendt. La politica in tempi bui”, Hachette, 2015;

Boella Laura, “Hannah Arendt. Agire politicamente. Pensare politicamente”, Feltrinelli, 1995;

Arendt Hannah, “La banalità del male”, Feltrinelli, 2015;

Arendt Hannah, “Le origini del totalitarismo”, Einaudi, 2009.

lunedì 31 ottobre 2016

Speciale Halloween #5. Le streghe moderne

La scorsa settimana la quarta tappa dello “Speciale Halloween” si è conclusa con una domanda: esistono ancora le streghe? La risposta è sì, anche se è necessario definire il termine in base alla nostra epoca, all’evoluzione del pensiero e, dunque, della razionalità.

Non stiamo certo parlando di donne che volano sulle scope lanciando malefici; anzi, per dirla tutta, la parola strega, oggi, può avere diverse accezioni e positive per giunta. Un tempo le malefiche erano, in molti casi, donne che vivevano ai confini della società, sole, talvolta perfino eccentriche.

Queste caratteristiche si sono trasformate, seguendo il cammino della storia verso il progresso, la modernizzazione della società e, dunque, l’emancipazione femminile.

Una strega moderna, nel nostro secolo, è una donna che sceglie come vivere, ama imparare ogni giorno le lezioni della vita, non si lascia scalfire dal giudizio degli altri, è anticonformista, controcorrente, non accetta il “sentito dire” o i pensieri e le emozioni preconfezionate, né le cose fatte perché “le fanno tutti e in un modo ben preciso, immutabile”, non si arrende e guarda avanti senza dimenticare chi è.

Il fatto che si parli di “strega” seppur moderna, può far pensare a una sfumatura negativa, a un tipo di libertà immeritata e pagata con le parole. In alcuni casi è così ma, in altri, il termine si riallaccia semplicemente alla natura “fuori dagli schemi” di tale figura, (anche in questo caso è fondamentale il contesto e il tono con cui vengono pronunciate le parole).

Le streghe moderne, però, sono anche persone che hanno scelto di seguire un particolare sentiero spirituale che si ricollega al neopaganesimo e alla stregoneria moderna, appunto (anche in quest’ultimo caso non vi è alcuna ombra di negatività). A loro dedichiamo questa ultima tappa dello “Speciale Halloween”.

lunedì 24 ottobre 2016

Speciale Halloween #4. La strega allo specchio. Il fascino e la repulsione del male

Gli ultimi due articoli dello Speciale Halloween 2016 saranno un po’ diversi dal solito, ma in linea con il tema trattato e con l’essenza del blog. Abbiamo fatto un breve viaggio nella Storia, tra le streghe di Triora e di Salem, nella letteratura con "Misteri nella Storia Speciale Stregoneria" di Black Book, edito da Yume Edizioni.

La storia della stregoneria è un tema complicato e affascinante, composto da innumerevoli diramazioni ed evoluzioni. Persino la figura della strega non è sempre uguale a se stessa, ma cambia con i tempi, i desideri nascosti e le paure degli esseri umani.

Ci attrae e, nello stesso tempo, ci repelle. Per quale ragione? Perché siamo attratti dai poteri delle streghe, pur temendole? Come mai l’immagine delle megere ha avuto e continua ad avere tanto successo nei romanzi, nei saggi e nei film?

Le ragioni sono profonde, radicate fin nel nostro inconscio e certo un breve articolo su un blog non può (e non pretende) di esaminarle e sviscerarle tutte. Nonostante questo possiamo, ugualmente, aprire il dibattito e approfondirlo in seguito, con letture, opere cinematografiche o studi specifici.

Proprio riguardando alcuni celebri film nei quali le streghe sono protagoniste o, comunque, hanno un ruolo rilevante, ho iniziato a fare delle riflessioni. Le pellicole in questione sono “Le streghe di Eastwick” e “Maleficent”.

La prima è un capolavoro del 1987 con Jack Nicholson, Michelle Pfeiffer, Susan Sarandon
e Cher, tratto dall’altrettanto celebre romanzo di John Updike (1986). La trama la conosciamo tutti: tre donne sole incontrano un uomo ambiguo e affascinante, Daryl Van Horne, ignorando, nella fase iniziale, che si tratti proprio del diavolo in persona, venuto sulla Terra per tentarle e prendersi le loro anime, donando loro dei poteri e assicurandosi una discendenza da tutte e tre. Il film e il romanzo non sono perfettamente speculari, ma il dibattito sulla fascinazione che la figura della strega ha su di noi si può applicare a entrambi.

Le tre protagoniste de “Le streghe di Eastwick” ritrovano la vivacità, la gioia (effimera in questo caso) di vivere e uno scopo proprio con Daryl. Come d’incanto i loro sogni (anche quelli meno edificanti) si realizzano grazie alla magia. Tutti (o quasi) vorremmo realizzare i nostri desideri in un batter di ciglia; è la strada più facile e il raggiungimento dell’obiettivo è assicurato. In un’epoca come quella in cui viviamo, dominata dall’immagine e dell’apparenza, essere sempre vincenti (talvolta anche a scapito degli altri) piacerebbe a molti.

Ci ammalia, dunque, il potere delle streghe, le loro capacità incredibili e misteriose. Le percepiamo come creature pressoché invincibili, in grado di agire in qualunque momento e senza sbagliare. Come il libro e il film ci mostrano, però, la “medaglia” ha un rovescio: perdere se stessi, l’anima, essere schiavi del potere, rinunciare alla nostra indole. La maggior parte delle volte la strada più facile non ci porta dove avremmo voluto; la realtà ci insegna che quasi nulla può essere conquistato nell’arco di una notte.

Il secondo film “Maleficent” (2014) con una bravissima Angelina Jolie. La pellicola è un remake del classico Disney “La bella addormentata nel bosco”, benché la trama presenti rilevanti differenze e vi sia un approfondimento maggiore della psicologia della strega.

Malefica è, prima di tutto, una donna tradita dal suo amore (o meglio, da quello che lei riteneva tale), privata di una parte di se stessa (le ali). Ciò che ci affascina di lei è la passione che neppure la veste scura e l’espressione impassibile possono cancellare. Le streghe, infatti, sono temute proprio per i sentimenti forti che sono capaci di nutrire.

Non sono esseri “grigi” e spenti, non hanno paura e non si nascondono. Sono libere e, si sa, la libertà e la passione fanno paura, pur esercitando una grande attrazione. Malefica riesce a vendicarsi nel momento in cui ritrova questa libertà e la sua anima (le ali). Le streghe sono state perseguitate in quanto donne (la maggioranza; in effetti vi furono casi di accuse contro uomini e ragazzi).

La donna, le sue conoscenze ancestrali del corpo, della Madre Terra, le sue capacità straordinarie (dare la vita) sono state l’ossessione degli inquisitori. Questi ultimi hanno tentato di mortificare e ridurre al silenzio (spesso eterno) l’essenza femminile che li terrorizzava e li incantava.

Le streghe, quindi, sono donne di potere (un bel problema in società patriarcali), appassionate, anche scorrette (ma, attenzione, il male non può mai essere giustificato), libere, eccezionali nella loro normalità, in grado di ribellarsi, incapaci di sottostare al silenzio. Questo ci affascina delle streghe, il loro spirito indomito.

Dovremmo solo capire che anche la libertà richiede responsabilità e che il potere su noi stessi che tanto vorremmo è un mezzo per migliorarci giorno per giorno, non per cercare scorciatoie.

Potere e libertà, passione e indomabilità non devono farci paura; il nostro intento, per usare un po’ di ironia, non dovrebbe essere quello di volare su una scopa per lanciare sortilegi, ma di far volare più in alto possibile i nostri sogni mentre, lavorando senza sosta (e su noi stessi), cerchiamo di raggiungerli.

Sono esistite ed esistono ancora persone così, “streghe moderne” che sanno modellare la vita in conformità con i loro obiettivi?