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venerdì 8 marzo 2013

Il giorno del mio matrimonio

8 marzo: un giorno di riflessione che, per me, passa attraverso questo racconto sui diritti negati alle donne.

Il giorno del mio matrimonio 

Le donne si affrettano intorno a me. Manca cosi poco, ormai. E’ il mio giorno, il più bello di tutta la vita, o almeno cosi mi hanno detto. Eppure, nonostante la musica assordante ed i balli che proseguono da ieri sera, non ho voglia di correre, né di danzare né di giocare. 
Aspetto da anni questo momento, in bilico tra il timore e la curiosità. 
Le donne della mia famiglia mi hanno raccontato per anni di una grande festa in mio onore, di un vestito da principessa e dolci tutti per me. 
“Il giorno del tuo matrimonio è già scritto” mi hanno ripetuto fino alla noia. 
“Sei promessa, il tuo sposo già ti attende” hanno sussurrato accarezzandomi. 
Non ho mai pensato a lui e, per dirla tutta, non saprei nemmeno a chi pensare, poiché non ho mai visto il suo volto. 
Fino a due mesi fa la sua vaga presenza mi camminava accanto, leggera ed impalpabile, quasi senza che me ne accorgessi. 
Poi, un giorno, mio padre è venuto a ricordarmi la promessa: “Hai l’età giusta”, mi ha detto, “l’attesa del tuo sposo è finita”. 
Da allora la mia adolescenza è volata via insieme ai giorni che mi separavano dall’inizio della mia nuova vita. Quando i tamburi hanno iniziato a suonare, nel silenzio della notte, solo in quell’istante ho compreso davvero che il passato non sarebbe tornato e che per me non ci sarebbe stata possibilità di scelta. 
Le donne sono entrate nella mia camera stamattina presto, radiose nelle loro vesti dai colori sgargianti, portando il mio abito nuziale ed il necessario per truccarmi ed acconciarmi i capelli. Le loro cavigliere tintinnanti sono l’unico suono familiare in questo caos di voci, rumori e musica. 
Mi guardo le mani tinte dall’henné, seguendo con lo sguardo le linee sinuose che ne compongono gli arabeschi. La mia vita non è poi tanto diversa da questi disegni astratti, inconsapevolmente intrecciati per sempre, senza averlo scelto, senza avere il potere di cambiare le cose. 
Una delle donne mi copre il capo con un velo di seta. Il cuore batte più forte nel mio petto. 
Le parenti fuori dalla casa trillano per richiamare la mia attenzione, gli uomini battono più velocemente sui tamburi. Il destino mi chiama. 
Mani si legano alle mie, spingendomi delicatamente fuori. L’ultimo sole dell’adolescenza mi abbaglia.
La sua attesa è finita, il mio tempo spensierato è scaduto. 

Francesca Rossi

sabato 9 febbraio 2013

“The Help” di Kathryn Stockett

Il vento della libertà inizia a soffiare

“The Help” non è solo un romanzo stupendo, scritto in modo perfetto ed accattivante, ma è anche la storia di un’epoca, di una parte importante del mondo occidentale, di una mentalità che, purtroppo, oggi non si può ancora considerare del tutto ed ovunque estinta.

Certo molte cose sono cambiate negli Stati Uniti come in Europa; i secoli di Storia, con le leggi, le marce per i diritti, il progresso, il raziocinio, l’apertura verso nuove culture, l’importanza crescente dei mezzi di comunicazione e del viaggio inteso come scoperta senza pregiudizi hanno contribuito enormemente allo sviluppo di un nuovo modo di vedere se stessi e gli altri, di vivere ed apprendere, ma molto c’è ancora da fare. 

Questo è uno dei messaggi contenuti nel commovente e realistico romanzo di Kathryn Stockett: dalla Storia e dagli esempi di uomini e donne coraggiosi si può imparare. Tutto è in divenire e nulla rimane com’è, ma bisogna avere forza di volontà ed impegnarsi con convinzione in ciò in cui si crede, anche quando sembra impossibile, magari assurdo.

Mississippi 1962. La segregazione razziale pesa come un macigno sulla società perbenista che continua a comportarsi come se i neri fossero ancora degli schiavi nelle piantagioni, esseri inferiori, portatori di malattie e promiscuità e dai quali bisogna stare alla larga, evitando qualunque contatto.

Skeeter è una giovane laureata che sogna di diventare scrittrice. L’ambiente soffocante in cui vive, però, non appartiene ai sognatori o agli idealisti e non è contemplata la possibilità che una donna possa desiderare altro dal matrimonio e da una perfetta quanto ipocrita vita borghese. Una laurea non fa la differenza, un buon partito si.

La vera realizzazione femminile può avvenire solo attraverso la famiglia, nei ruoli di moglie devota e madre. Nella sua cerchia di amiche Skeeter è l’unica a non aver ancora “compiuto il proprio dovere”. 

La ragazza si sente incompresa dagli stessi familiari e l’unica che potrebbe capirla, la sua tata Constantine, sembra svanita nel nulla. Tentando di scoprire cosa possa esserle accaduto, Skeeter si scontra con l’ostilità, il silenzio, l’ipocrisia e l’ottusità della gente che ritiene il colore della pelle una discriminante, forse anche una colpa.

La strada della protagonista si incrocia con quella di due donne di colore, domestiche in case signorili, di bianchi: la mite, onesta e saggia Aibileen, che porta nel cuore uno strazio che una madre non dovrebbe mai affrontare e la sfacciata ma generosa Minny, capace di opporsi alle ingiustizie con metodi poco ortodossi ma molto efficaci.

Unendo due mondi che sembrano lontani anni luce le tre donne compiono un gesto di libertà e di ribellione, pericoloso quanto doveroso, cambiando per sempre i loro destini. 

“The Help” è un romanzo sul coraggio, sulla libertà, sul senso del dovere, sulla giustizia che porta a combattere perfino la morale comune, l’opinione ancorata e cristallizzata, quasi incancrenita, con la tradizione e che nessuno oserebbe sfidare. 

E’ la storia di confini reali, morali ed esistenziali, obsoleti e dannosi, che per comodità o paura si continua a tramandare da una generazione all’altra, senza voler vedere l’onda del cambiamento, che tutto travolge e ricrea, come è giusto che sia. 

Kathryn Stockett racconta l’amicizia e la solidarietà femminili senza farsi trascinare nella facile retorica, con uno stile raffinato ed una punta di ironia che rende i personaggi e le situazioni realistici, completi, pieni di sfumature, a tutto tondo.

Il romanzo, benché ambientato a Jackson, negli anni Sessanta, è molto attuale per le tematiche affrontate, per il valore universale dei sentimenti trattati ed è una lezione su un passato che non si deve dimenticare e che certo non può dirsi “lontanissimo” né dal punto di vista cronologico né da quello culturale o geografico.

“The Help” non dice che i buoni stanno tutti da una parte e i cattivi dall’altra, né che il bene trionfa sempre, completamente. Spesso le cose sono più difficili, più sfumate di cosi.

Le vittorie o le sconfitte sono quelle che le persone affrontano ogni giorno e solo con il tempo si può dire se trionfo c’è stato, o disfatta e di quale portata. 

All’uomo spetta affrontare le prove della vita, sfidare con orgoglio, buon senso ed onestà intellettuale i pregiudizi, senza mai chinare la testa.


Dati del Libro


Titolo: The Help

Autore: Kathryn Stockett

Casa editrice: Mondadori

Pagine: 524

Anno: 2012

Prezzo: 18 euro








Trama

È l'estate del 1962 quando Eugenia "Skeeter" Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l'università lontano da casa. Skeeter è molto diversa dalle sue amiche di un tempo, già sposate e perfettamente inserite in un modello di vita borghese, e sogna in segreto di diventare scrittrice. Aibileen è una domestica di colore. Saggia e materna, ha allevato amorevolmente uno dopo l'altro diciassette bambini bianchi, facendo le veci delle loro madri spesso assenti. Ma il destino è stato crudele con lei, portandole via il suo unico figlio. Minny è la sua migliore amica. Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi. Cuoca straordinaria, non sa però tenere a freno la lingua e viene licenziata di continuo. Sono gli anni in cui Bob Dylan inizia a testimoniare con le sue canzoni la protesta nascente, e il colore della pelle è ancora un ostacolo insormontabile. Nonostante ciò, Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi. Il profondo Sud degli Stati Uniti fa da cornice a questa opera prima che ruota intorno ai sentimenti, all'amicizia e alla forza che può scaturire dal sostegno reciproco. Kathryn Stockett racconta personaggi a tutto tondo che fanno ridere, pensare e commuovere con la loro intelligenza, il loro coraggio e la loro capacità di uscire dagli schemi alla ricerca di un mondo migliore. 

L’Autore

Kathryn Stockett è nata e cresciuta a Jackson in Mississippi. Dopo la laurea in letteratura si è trasferita a New York, dove ha lavorato nove anni nell’editoria e nel marketing di periodici. Attualmente vive ad Atlanta con il marito e la figlia. “The Help”, pubblicato originariamente da Mondadori nel 2009 con il titolo “L’Aiuto”, è il suo primo romanzo.













L’Approfondimento
  
  • Per “The Help” Kathryn Stockett si è ispirata anche ad un saggio “Telling Memories among Southern Women” di Susan Tucker (Louisiana State University Press, 2002) che analizza il rapporto tra le domestiche di colore ed i loro padroni bianchi attraverso storie e racconti.
  • Per saperne di più si può visitare il sito di Kathryn Stockett e la pagina facebook dell’autrice. 
  • “The Help” è diventato un film di successo con la regia di Tate Taylor e l’interpretazione delle bravissime Emma Stone, Viola Davis e Octavia Spencer (qui la sua pagina facebook riguardante "The Help"). Tra i numerosi premi vinti, l’Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista.
  •  Il libro è stato per oltre cento settimane al primo posto nella classifica del New York Times, tradotto in quaranta lingue, letto da più di dieci milioni di persone, diventando un classico moderno.
  •  Il tema della segregazione razziale e dei diritti civili negli Stati Uniti è stato trattato moltissime volte, attraverso film, saggi, romanzi e documentari. Tra i più importanti (senza pretesa di completezza) si possono ricordare: “Il Momento di Uccidere”, thriller di John Grisham, edito da Mondadori, ambientato in Mississippi, coinvolgente e crudo, in cui il confine tra Legge, giustizia e vendetta è molto labile. “Il Buio oltre la Siepe” (Feltrinelli) toccante romanzo sul razzismo da cui è stato tratto un bellissimo film con Gregory Peck. 
  • Tornando ancora più indietro nel tempo, all’epoca delle piantagioni, degli schiavi neri e della guerra civile, si devono citare il celebre romanzo di Alex Haley, “Radici” ed il suo seguito “Queen”, una struggente saga familiare che inizia in Africa nel Settecento. L’intramontabile “Via Col Vento” (libro e film) di Margaret Mitchell (Mondadori), il seguito “Rossella” di Alexandra Ripley (Piemme) e “Il mondo di Rhett”(Piemme) di Donald McCaig.  
  • Tra le autobiografie merita menzione “I have a dream” di Martin Luther King (Mondadori). 
  • Il tema è stato affrontato dal blog "Divine Ribelli" (ma lo sarà di nuovo prossimamente) con l’articolo su Rosa Parks.

domenica 25 novembre 2012

Una Nuova Vita

Un racconto che scrissi alcuni mesi fa, dopo aver ascoltato una delle innumerevoli e tristi storie di violenza. 

Tutto iniziò come un sogno. Troppo bello per essere vero. Avevo addirittura paura di viverlo, perché temevo potesse consumarsi e usurarsi attraverso i giorni e le notti. Per me era una rinascita, così intuii troppo tardi che poteva essere la mia fine. Quando lo vidi per la prima volta pensai di trovarmi di fronte ad un dio greco: bello, perfetto, colmo della vitalità che anche io avevo e di una dirompente sensualità che mai avevo conosciuto. Tra noi ci fu il classico “colpo di fulmine”. La mia vita, a quel punto, poteva dividersi in un prima e un dopo di lui. Non c’era altro intorno a noi, che riempivamo lo spazio ed il tempo che ci circondavano. Davvero ero certa che non sarebbe mai finita. Mi cullai per mesi in una dolce illusione, senza rendermi conto che mi stava trascinando sempre più in basso. Quella sottile gelosia che mi faceva sorridere e mi lusingava divenne angoscia e terrore. Non mi resi conto del fatto che la dolcezza era diventata ossessiva, le domande pressanti e la gentilezza un modo per evitare scontri. Non mi accorsi di avere una catena di finto amore stretta intorno ai polsi e alla gola. Alle volte avevo la sensazione di non riuscire più a respirare. Come se il corpo non ne fosse più capace, o si fosse arreso agli eventi. 

Dall’esterno la prigione dorata non era visibile: giorno dopo giorno sentivo su di me gli sguardi invidiosi della gente, i sorrisi maliziosi di chi credeva fossi una privilegiata. Che fortuna! Che affare! Un colpo del genere non capita a tutte. Come si poteva rifiutare? Dovevo essere grata a Dio, o a chi per lui, per tutta questa generosità. Ma una parte di colpa ce l’ho anche io: non dissi mai niente, non feci mai capire gli stati d’animo altalenanti del mio essere. Perché? Perché nessuno mi avrebbe creduto. L’Uomo Perfetto aveva anche la superba qualità di essere potente. E, si sa, quando il rispetto non può essere meritato può sempre essere preteso con la forza. Questo, almeno, è ciò che molti credono. Ma non io. Fu cosi che l’amore si trasformò in odio. In verità devo ammettere che non svelai mai il mio segreto ad anima viva, anche perché non riuscivo ad accettare che il mio sogno si fosse infranto e che mi fossi dovuta risvegliare bruscamente nella più tetra realtà. Non poteva essere vero, non poteva essere successo proprio a me e, per questo, cercai di tirare avanti. Far finta di niente, però, può fare davvero male. E’ tradire se stessi. La parte più razionale dell’anima può nascondersi dietro a cavilli o sottigliezze inutili, ma la nostra coscienza non si fa prendere in giro e ogni volta che proviamo a celarle un segreto lei lo scova e ce lo tira in faccia e a nulla serve tentare di schivarlo. Se non lo tiriamo fuori la nostra ombra inizia a colpire l’anima e i colpi si fanno sempre più violenti, come pugni nello stomaco che mozzano il fiato. 

Fu così che un giorno, verso la fine dell’inverno, decisi di lasciarlo e fuggire via. Avevo meditato quell’idea per settimane, poi, alla fine, scelsi di riprendermi la mia vita, perché nessuno lo avrebbe fatto al posto mio. Basta gelosie, ossessioni, urla, botte. Dovevo liberarmi da quelle catene o sarei morta. Al diavolo il potere, i soldi, la convenienza e la gente. La gente! Che ne sanno loro? Arroccati su squallide convenzioni, pronti a puntare il dito e a buttarsi su ogni nuovo pettegolezzo per distruggere e calpestare. La loro smania di intromettersi per poter dire la loro a qualunque costo, infischiandosene dei sentimenti su cui camminano sopra, ha dell’incredibile. Dov’è scritto che dobbiamo esporci sulla pubblica piazza di una moralità da copertina e sopportare di buon grado lezioni di vita da chi per primo le trasgredisce? La gente non poteva salvarmi. Io potevo e dovevo farlo. Il mio cervello funzionava ancora, anche se ci aveva messo del tempo a svegliarsi dall’intorpidimento d’amore o, meglio, di quello che ritenevo fosse amore. Se ci fosse stata la mia famiglia con me sarei stata più forte. Ma loro erano lontani e non ho mai voluto farli preoccupare. Se io stavo bene, loro erano felici. Meglio lasciarli vivere in questa illusione che, almeno nel loro caso, non poteva far male. Scappare non fu difficile: l’Uomo Perfetto si fidava di me, della mia inconsistenza dovuta all’apparente sottomissione. Non avrebbe mai pensato che potessi lasciarlo. Facevo parte del mobilio e i mobili da soli non vanno da nessuna parte. Cosi un mattino tiepido di primavera feci i bagagli e me andai, mentre lui era al suo prezioso e remunerativo lavoro. Prima di andarmene appoggiai la fede sul libro che stava leggendo, sopra al comodino. Ormai non mi serviva più. 

Quando chiusi la porta alle mie spalle iniziai a respirare: le catene si erano sciolte come neve al sole, la paura non esisteva più ed ero finalmente libera di vivere e di pensare a modo mio. Presi l’auto e costeggiai il lungomare con i finestrini aperti, perché mai come in quel momento avevo bisogno di aria. I fiori dei giardini erano sbocciati, gli alberi fioriti e tutt’intorno l’atmosfera era riempita dal canto vivace degli uccelli. Finalmente vedevo il mondo a colori: per me quello fu l’inizio della vita vera. I volti delle persone che incrociavo mi sembravano sereni, o forse era la mia anima che finalmente si era placata. Lui era alle mie spalle ormai e non lo avrei più lasciato entrare nella mia vita. E mentre io rinascevo, dentro di me si formava una nuova vita, che presto avrebbe visto la luce e che io avrei preservato dalle tenebre. Forse la vita è proprio questo: un eterno ciclo di nascita e rinascita in cui la morte non è che un semplice anello di congiunzione. 

Francesca Rossi

(Apparso per la prima volta nell'Antologia di Primavera di Diario di Pensieri Persi)

Franca Viola. La donna che ascoltò il cuore

In un’intervista sostenne di non aver compiuto un gesto coraggioso, ma solo di essersi guardata dentro, di aver ascoltato il suo cuore. Eppure il “no” di Franca Viola (1947) ad un “matrimonio riparatore” è entrato nella Storia del nostro Paese e del mondo suscitando, all’epoca, scalpore e dibattiti e cambiando per sempre ed in meglio la vita delle future generazioni di donne italiane. 

Il rifiuto di Franca Viola, però, non può non essere considerato un gesto audace e di emancipazione femminile nella Sicilia (e nell’Italia) del secondo dopoguerra. Molti sanno ciò che avvenne ad Alcamo nel 1965 ma per alcuni, più giovani, potrebbe essere un fatto nuovo. 

E’ bene, dunque, ricordarlo per non perderne la memoria e per capire da dove vengono molti dei diritti femminili di cui oggi possiamo godere. Non è un caso, infatti, che questo articolo, che tratta la storia di una donna forte, capace di cambiare il corso di un destino che sembrava già scritto, venga pubblicato proprio nel giorno dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne ed inauguri il blog Divine Ribelli. 

E’ un racconto terribile ma con un finale che può dare speranza e può essere un esempio per tutte quelle donne che ancora non hanno trovato la forza di dire basta. 

Torniamo indietro nel tempo: il 26 dicembre 1965 Franca Viola, figlia diciassettenne di una coppia di contadini, venne rapita, insieme al fratello minore, da un ragazzo che aveva respinto, Filippo Melodia. Quest’ultimo, però, non era un giovanotto “qualsiasi”, bensì un parente della famiglia mafiosa dei Rimi. Il fratellino di Franca fu rilasciato poche ore dopo, mentre lei venne violentata e tenuta segregata in un casolare per otto giorni.

Furono i carabinieri a porre fine a quella disumana prigionia con un blitz compiuto i primi giorni del 1966. Il suo calvario, però, era appena iniziato; secondo la mentalità dell’epoca, infatti, la giovane era stata disonorata e con lei tutta la sua famiglia. 

Solo una possibilità le avrebbe permesso di riparare a questa “infamia”, evitandole di essere segnata a vita con il marchio di “svergognata”: sposare il suo sequestratore. Non è tutto: l’articolo 544 del Codice Penale (abrogato il 5 agosto 1981) sanciva che la violenza sessuale fosse solo un reato contro la morale, estinguibile attraverso il “matrimonio riparatore” tra la vittima ed il carnefice. Perfino i complici di Melodia, dodici in tutto, avrebbero beneficiato della libertà grazie a questa legge. 

Franca Viola, però, disse no. No al “matrimonio riparatore”, no alla mentalità dell’epoca, no all’infelicità che ne sarebbe derivata, no a leggi fatte dagli uomini e per gli uomini che si erano cristallizzate in un sistema oppressivo, arcaico e lesivo della dignità umana. 

Melodia ed i suoi complici vennero arrestati e processati. Fu un periodo difficile per Franca Viola e la sua famiglia, costantemente presi di mira con pesanti atti intimidatori. Il caso innescò dibattiti, polemiche ed interrogazioni parlamentari. 

Durante il processo la difesa di Melodia tentò in ogni modo di mettere in dubbio l’onestà della giovane vittima, cercando di screditarla e farla apparire come una “ragazza dai facili costumi”, consenziente alla presunta “fuga d’amore”. 

Alla fine Filippo Melodia venne condannato ad undici anni (poi ridotti) ed uscì dal carcere nel 1976. La sua vita terminò tragicamente in un agguato a colpi di lupara avvenuto il 13 aprile 1978. 

E Franca? La ragazza divenne una sorta di eroina, un simbolo di emancipazione, ribellione e libertà per tutte quelle donne che videro in lei la speranza di cambiamento ed il riscatto per la dignità femminile mortificata. 

Dovette, purtroppo, anche sopportare maldicenze e diffidenza, ma lo fece con il coraggio di chi non ha paura e ha la coscienza pulita. Si sposò nel 1968 con un suo compaesano a dispetto del timore per eventuali rappresaglie. L’allora Presidente della Repubblica Saragat inviò i suoi auguri. La coppia ebbe tre figli e fu ricevuta in Vaticano da Paolo VI. Attualmente Franca Viola vive ad Alcamo circondata dalla sua famiglia. 

La mentalità e la legge di cui si è parlato facevano leva sul senso di colpa delle donne, specialmente di quelle traumatizzate da un tale abuso, che tendono ad assumersi tutta la responsabilità dell’accaduto. 

E’ notevole il fatto che il “matrimonio riparatore” potesse cancellare ogni traccia della violenza, riabilitando l’immagine del carnefice e della vittima, la cui vita era, ormai, senza via d’uscita e relegata ai margini della società per un oltraggio non commesso, ma subito. 

Gli articoli del Codice Penale sul “matrimonio riparatore” e sul delitto d’onore (altra spinosissima questione) vennero abrogati soltanto il 5 agosto 1981. 

Per saperne di più 

Articolo apparso su Il Fatto Quotidiano il 13 ottobre 2012; 

Elena Doni, Manuela Fugenzi, “Il secolo delle donne”, Laterza, Roma 2001;

Liliana Madeo, “Franca Viola, la rivincita della ‘svergognata’ ”, La Stampa, 15 agosto 1992; 

Intervista a Franca Viola: http://www.ateneonline-aol.it/060117ric.php 

Beatrice Monroy, “Niente ci fu”, ed. La Meridiana, 2012;

Il film “La Moglie più Bella” (1970) di Damiano Damiani, esordio di Ornella Muti a soli quattordici anni.